l’Argentina a impugnare la penna.
Atlanta. Semifinale mondiale. L’Inghilterra di Tuchel passa in vantaggio al 55′ con Gordon, e per un’ora intera il sogno inglese di tornare in finale — sessant’anni dopo Wembley — cessa di essere un’ipotesi e si fa carne viva. Si respira, si tocca, sembra tangibile. Il celebre slogan “it’s coming home” pareva sul punto di farsi realtà. Ma con i fuoriclasse bisogna sempre fare i conti.
Lionel Messi non segna, questa notte. Ma compie qualcosa che gli somiglia ancora di più: confeziona due assist, a 39 anni, proprio quando il suo popolo ne aveva più bisogno. Prima Enzo Fernandez, all’85’. Poi Lautaro Martinez, al 90’+2, nel buio del recupero. Dieci minuti bastano e avanzano per sovvertire la storia. Un ribaltone che si racconterà ai figli, e i figli lo tramanderanno ai loro figli, esattamente come si è fatto per quarant’anni con la Mano de Dios, con il gol del secolo, con le Malvinas che c’entravano tutto anche quando in campo non c’entravano nulla.
Perché con l’Inghilterra non è mai stata soltanto una partita. Wembley 1966, la Coppa sollevata in casa e mai più ritrovata. Città del Messico 1986, la mano e il genio racchiusi nello stesso pomeriggio. E in mezzo, quattro anni prima di quel pomeriggio messicano, un lembo di Atlantico del sud, gelido e conteso, con una guerra vera che ha lasciato lutti e lacrime: le Malvinas, una ferita che per l’Argentina non è mai stata mera geografia. È in quel groviglio di sport, storia e orgoglio che va rintracciata la radice di tutto.
Non a caso, nelle settimane che hanno preceduto Atlanta, dagli spalti e dai profili social dell’Albiceleste è rimbalzato un coro divenuto quasi l’inno di questo Mondiale: “La cuarta estrella”. Vi si condensa tutto ciò che occorre per comprendere cosa significhi essere argentini al cospetto dell’Inghilterra: la memoria di Maradona, il miraggio di una quarta stella sulla maglia dopo il trionfo di Doha, la promessa fatta a Leo Messi di un’ultima notte di gloria, e l’eco, mai sopita, delle Malvinas. Un coro che in patria infiamma il sangue e che oltremanica, tra i tifosi inglesi, ha riacceso un fastidio antico. Non serviva altro, alla vigilia di una semifinale mondiale, per intuire che in campo non sarebbero scese soltanto due squadre, ma due storie che si rincorrono da quasi mezzo secolo.
Ed ecco Atlanta 2026: un’altra rimonta, un’altra notte in cui il destino elegge di nuovo la maglia albiceleste. C’è del teatro, in tutto questo. Shakespeare l’avrebbe vergata identica. Scaloni non è Bilardo. Messi non è Maradona. Questa Argentina non gioca come quella del 1986, forse non ne possiede nemmeno la stessa spavalderia. Eppure il copione non muta mai.
Campione in carica da Doha, l’Albiceleste vola alla sua seconda finale mondiale consecutiva. Ad attenderla, domenica 19 luglio a New York, la Spagna, che ha estromesso la Francia. E qui la storia, che già di per sé non necessitava di altro pathos, ne elargisce ancora.
Perché in quella finale, per la prima volta in carriera, Lionel Messi si troverà dinanzi Lamine Yamal. Mai una volta, nemmeno per un istante, i due si erano incrociati su un campo da calcio. Eppure si conoscono da diciannove anni. Esiste una fotografia, scattata nel 2007 in uno spogliatoio del Camp Nou, durante una raccolta fondi benefica dell’Unicef: un ragazzo argentino di vent’anni, ancora impacciato e silenzioso, che fa il bagnetto in una vaschetta di plastica a un neonato di sei mesi dal volto paffuto e gli occhi già vividi. Nessuno, in quella stanza, avrebbe potuto immaginare che quel bambino sarebbe diventato Lamine Yamal. E nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno, in una finale del Mondiale, quel bambino sarebbe asceso allo stesso palcoscenico dell’uomo che lo teneva in braccio.
È il tempo a chiudere i cerchi, sempre. Messi ha 39 anni e danza la sua ultima notte iridata; Yamal ne ha 19 e vergherà la prima riga della propria leggenda. L’uno ha già conquistato tutto, l’altro deve ancora cominciare a farlo. L’uno incarna l’eredità, l’altro colui che quell’eredità raccoglierà. Non poteva esistere immagine più perfetta per una finale mondiale: il bambino della vaschetta che, diciannove anni dopo, tenta di arrestare l’uomo che gliel’ha riempita d’acqua.







