Saper rinascere, oltre “the rumble in the jungle”

Editoriali, Off topic

Autore Riccardo Vassalli

22 Marzo 2025

C’era un tempo in cui il pugilato era una questione di miti e di leggende, di uomini forgiati nel fuoco della gloria e della caduta. George Foreman era uno di questi. Gigante nel fisico, devastante nei colpi, ma soprattutto protagonista di una delle storie più incredibili che la boxe abbia mai raccontato. Oggi, il suo nome si unisce alla schiera degli immortali, o almeno questo sembra il ruolo destinato a chi ha scritto pagine di storia dello sport. 

Foreman non era solo il campione che nel 1973 demolì Frazier in due riprese, né soltanto l’uomo che deteneva il titolo del mondo in quella notte d’Africa che cambiò tutto. The Rumble in the Jungle. Kinshasa, 30 ottobre 1974. Il mondo assisteva alla sfida tra un titano e un profeta. Foreman, la forza della natura, il demolitore invincibile. Ali, il ballerino del ring, il poeta del pugilato, il genio per riassumere.

Premessa: di pugilato, chi scrive, non se ne intende. E “The Rumble in The jungle” l’ho “rivissuto” solo nei testi e solo in uno video che mio padre ripeteva avrei dovuto vedere. E se mio padre suggerisce, io eseguo. Perché so che alla base c’è la volontà di insegnarmi ancora qualcosa. 

Kinshasa, 30 ottobre ‘74. Welcome nella leggenda.  Giganti a confronti. L’inizio di qualcosa di più grande. Foreman arrivava da favorito e Ali aveva un piano: Il rope-a-dope, il suicidio apparente. Assorbire, resistere, lasciar sfogare il mostro fino a svuotarlo. Ottavo round. Una schivata, un lampo, un destro chirurgico. Il gigante crolla. Il mondo resta senza fiato. La boxe non sarà mai più la stessa.

Foreman, da quella sconfitta, conobbe il buio. Sparì, si ritirò, trovò Dio. Poi tornò. Più pesante, più lento, ma con una pace interiore che nessun altro aveva mai mostrato su un ring. Nel 1994, vent’anni dopo Kinshasa, divenne il campione del mondo più anziano della storia. Un uomo che aveva picchiato e che aveva incassato, che aveva vinto e aveva perso, ma che alla fine aveva trovato il modo di riscrivere il suo destino.

Con la sua morte, la boxe perde un pezzo della sua storia. Ma i miti non muoiono. Restano nelle immagini in bianco e nero, nei racconti, nei colpi che riecheggiano ancora nei guantoni che si sfiorano prima del combattimento. Restano nelle notti leggendarie, nei cori “Ali Bomaye” (Ali, uccidilo), nei filmati suggeriti perché certe notti non vanno dimenticate. 

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