Baldo Raineri, dalla gavetta al sogno: “Nulla è regalato. Attendo un’opportunità e continuo a studiare”

Calcio, Challenge league, Editoriali, Prima lega promotion

Autore Riccardo Vassalli

31 Dicembre 2025

Nella lista dei buoni propositi per l’anno nuovo di Baldo Raineri c’è tanto calcio. C’è tanta voglia di tornare in panchina dopo aver fatto un passo indietro nell’esperienza a Paradiso. Scalpita, Baldo. Anche durante le feste natalizie, Baldo studia, si informa, guarda, osserva e prende appunti. È il segreto per rimanere al passo con i tempi dopo una carriera soddisfacente sì, ma non priva di ostacoli e difficoltà. 

Paradiso, Bellinzona, Chiasso, Vllaznia (Albania), Biaschesi, Mendrisio sono solo alcune delle tappe di un’avventura che ha conosciuto il vero sapore della gavetta: dalla Quinta Lega al professionismo. Tra una partita e l’altra da guardare, abbiamo incontrato Baldo Raineri per due chiacchiere sincere. 

Mister Baldo, il suo percorso nel calcio non è mai stato semplice. Da dove nasce questa consapevolezza?

“Il mio percorso nel calcio non è mai stato semplice, e non lo dico oggi per cercare giustificazioni. Lo dico perché è la verità. Se oggi posso guardarmi indietro con lucidità è perché so quanta strada ho dovuto fare per inseguire un sogno che avevo fin da bambino: riuscire a fare qualcosa di importante nel calcio che conta”.

Lei non è stato un grande calciatore. Quanto ha inciso questo nel suo cammino?

“Non sono mai stato un grande calciatore, e lo riconosco senza difficoltà. Non avevo la testa giusta per diventarlo. Ma proprio per questo, quando nel 1990 ho iniziato ad allenare, ho capito subito che quella sarebbe stata la mia strada. Da lì mi sono prefissato un obiettivo chiaro, sapendo che sarebbe stato complicato, forse più per me che per altri”.

Qual è stata la difficoltà più grande nel conciliare calcio e vita privata?

La difficoltà principale non è mai stata solo sportiva. Non ho mai potuto dedicarmi completamente a questo lavoro. Avevo già una famiglia numerosa, delle responsabilità vere. Non potevo permettermi di inseguire il calcio mettendo a rischio ciò che veniva prima di tutto: la mia famiglia.

Come ha gestito, concretamente, questo doppio ruolo?

“Nei dilettanti, soprattutto all’inizio, i guadagni non bastano. In Svizzera il costo della vita è alto e quindi ho fatto quello che fanno in tanti ma che pochi raccontano: di giorno lavoravo per mantenere la famiglia, la sera e nei fine settimana allenavo, studiavo, cercavo di far crescere questo sogno. È stato un percorso duro, fatto di rinunce, di stanchezza, di equilibrio costante tra dovere e passione. Non sempre è stato facile, ma non ho mai mollato”.

Essere un emigrato e non aver avuto una carriera da professionista ha inciso sulle opportunità?

“Sì, molto. Essere un emigrato e non aver fatto il professionista nel calcio svizzero ha reso il cammino ancora più complesso. La mia idea di calcio è sempre stata un po’ scomoda, forse diversa. Non migliore o peggiore, semplicemente diversa. E la diversità, in certi contesti, non è facile da accettare. Questo ha reso il mio percorso molto difficile, a tratti davvero pesante”.

Quando arriva il professionismo, cosa cambia davvero?

“Quando sono arrivato nel professionismo sono arrivate anche le scelte più delicate. Ho dovuto fare corsi, sacrifici economici, rinunce importanti. Ho messo anche in difficoltà la mia famiglia, ed è una cosa che non dimentico. È stato un colpo di coda, perché non riuscivo a smettere di pensarci. Quel sogno era diventato parte di me, il mio pensiero principale”.

L’esperienza in Albania è spesso citata come una delle più significative. Perché?

“Paradossalmente, pur non parlando la lingua, lì ho trovato apertura e fiducia. È stata un’esperienza bellissima. A distanza di anni, quando sono tornato, mi hanno accolto con grande affetto. La squadra che allenavo, il Vllaznia, dopo il mio periodo ha ottenuto risultati importanti, ha vinto Coppe d’Albania, ha fatto esperienze europee. E ancora oggi si ricordano del lavoro fatto, dell’identità di gioco costruita in quel periodo. Questo per me è motivo di grande orgoglio”.

In Svizzera, invece, il tema delle lingue resta centrale. Come lo vive?

“Capisco l’importanza delle lingue, non la nego. Ma quando diventano l’unico criterio di selezione, il rischio è quello di mettere in secondo piano competenze, merito ed esperienza. Il fatto di non parlare francese e tedesco mi ha confinato all’ambito ticinese”.

Questo la rattrista?

“Sì, ed è forse l’aspetto che mi pesa di più. Il calcio, anche qui, è ormai multiculturale. Alleno giocatori che arrivano da altre regioni della Svizzera o da altri Paesi e che non parlano la lingua. Per questo faccio fatica a capire perché non possa avere l’opportunità di dimostrare, anche fuori dal Ticino, davvero ciò che posso dare. Non tanto per i “no” ricevuti, ma per il non poter mettere da parte certi scetticismi e giocarmi fino in fondo le mie carte”.

C’è rabbia in queste parole?

“No. C’è rammarico, sì, e anche un po’ di tristezza. Ma soprattutto c’è lucidità. Il mio percorso mi ha insegnato che nulla è dovuto e che ogni passo va guadagnato”.

Cosa la spinge ad andare avanti?

“Non mi arrendo. Continuerò a lavorare, a studiare, a migliorarmi. Credo nel calcio come cultura, come identità, come condivisione. Aspetto altre opportunità, se arrivano le affronterò con gratitudine e responsabilità. Se non arriverà, avrò comunque la serenità di sapere di aver dato sempre tutto me stesso, senza scorciatoie e senza rimpianti”.

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