C’è un momento, ogni tanto, in cui il calcio smette di essere solo tattica e numeri e torna a essere quello che è sempre stato nella sua essenza più pura: una storia d’amore. La scorsa notte appartiene a quest’ultima categoria.
Carlo Ancelotti ha annunciato i 26 convocati del Brasile per il Mondiale 2026, e la risposta alla domanda che tutto il popolo verdeoro si poneva da mesi è stata positiva: Neymar ci sarà. In Canada, Messico e Stati Uniti, sotto i riflettori più grandi che il calcio possa offrire, O’Ney torna a vestire la maglia che ha sempre amato di più.
Poteva andare diversamente. Anzi, per mesi sembrava dover andare diversamente. Anni di infortuni, una lunga assenza dalla Seleção, dubbi che si accumulavano come nuvole su un cielo che pareva non volersi schiarire mai. Il dibattito che ha accompagnato la campagna di selezione è stato quasi interamente dedicato a questo: portarlo o non portarlo? Se la ragione diceva una cosa, il cuore ne diceva un’altra.
Poi è arrivato Carletto Ancelotti, un maestro che sa abbinare e governare entrambe le emozioni. “Ahora viene lo bonito. Neymar Junior Santos”. Così il CT del Brasile ha ufficializzato che O’Ney prendere parte all’ultima spedizione mondiale della sua carriera. Ancelotti non ha avuto paura né si è nascosto nell’affermare che il Brasile può vincere la Coppa del Mondo e che al mondiale “non vince sempre la più forte, ma la più resiliente”. E in fondo, Neymar ne sa qualcosa di resilienza.
Nella storia del calcio, le scommesse romantiche dei grandi allenatori hanno spesso cambiato la storia. Nel 1982 Enzo Bearzot convocò Paolo Rossi per il Mondiale spagnolo, nonostante il centravanti della Juventus fosse appena rientrato da due anni di squalifica per il Totonero. Tutti contro di lui: la stampa, l’opinione pubblica, una parte dello stesso mondo del calcio. La squadra entrò addirittura in silenzio stampa per protesta contro le critiche. Poi arrivò il Brasile, poi la Polonia, poi la Germania. E Paolo Rossi alzò la Scarpa d’Oro mentre l’Italia alzava la Coppa del Mondo. Chissà se ad Ancelotti sono tornati in mente certi ricordi.
Ancelotti ha vinto tutto (o quasi tutto….) e ha scelto di inseguire un trofeo che manca puntando (anche) sull’energia derivante dalla convocazione di Neymar. Le reazioni alla convocazione sono di cori, feste e balli.
Il Brasile non vince il Mondiale dal 2002. Ventiquattro anni di attesa, di delusioni e di lacrime. E adesso riparte con il suo numero 10 – acciaccato, trentaquattrenne, reduce da un calvario lungo anni – e con un allenatore italiano che ha capito quello che i brasiliani sanno da sempre: “Sempre junto ao coração”.
Che Neymar segni o no, che il Brasile vinca o no, questa storia ha già insegnato qualcosa. Ha vinto la scommessa che nel calcio moderno – così freddo e ossessionato dai dati – ci sia ancora spazio per un gesto d’amore.







